Il 13 marzo 1987 tredici lavoratori persero
la vita soffocati nella stiva della gasiera Elisabetta Montanari
all’interno del cantiere Mecnavi, all’epoca il
più grande cantiere privato sul mare Adriatico. Innescato
dalla scintilla di una fiamma ossidrica, un piccolo incendio
surriscaldò il rivestimento dei serbatoi di combustibile,
che gocciolò sul fondo della stiva e prese fuoco a sua
volta. Dalla combustione si svilupparono ossido di carbonio e acido
cianidrico. L’aria divenne presto irrespirabile.
L’autopsia certificò la morte per edema polmonare
causato da inspirazione di sostanze tossiche, dopo una lunghissima
agonia. >>>
mecnavi
Vogliamo ricordare quella tragedia, con la ripubblicazione
di alcuni articoli. Il primo è l'editoriale del
periodico CRP-Notizie , il bollettino del Centro
Regionale Prevenzione, Cgil Cisl Uil Emilia Romagna che usciva in
quell'epoca. Un
editoriale che fu scritto con rabbia e con la
volontà razionale di
non cedere alle emozioni: migliaia di giovani sfilarono per
Ravenna portando per le
strade uno striscione con su scritto "MAI PIU' " . Una
parola d'ordine che era un grido di rabbia e al tempo stesso un impegno morale e
civile . Una parola d'ordine, "mai più",
purtroppo smentita da altre tragedie come quella della
Thyssen a Torino e dallo stillicidio di morti sul
lavoro che sono continuate nei 23 anni successivi. Quella
tragedia fu letta da molti in quell'epoca come residuale prodotto
dell'arretratezza, della negligenza e della mancanza di rispetto delle
norme più elementari . Solo più tardi si
riuscì a comprendere che l'evento tragico del
cantiere Mecnavi era il primo evento tragico derivante da una
organizzazione del lavoro "post-moderna", deregolata, in
nero, con lavoratori senza diritti, con una
deresponsabilizzazione totale dell'impresa rispetto alla gestione dei
rischi e alle condizioni di sicurezza di base per i
"picchettini ".
La tragedia Mecnavi era la prima icona, l'altra faccia della luna, del
processo di deregolazione e decostruzione del sistema dei
diritti dei lavoratori che aveva avuto il suo inizio nei
primi anni '80.
La reazione a quell'evento tragico fu molto forte e diversi
passi avanti sia nelle norme sia nelle pratiche gestionali
dei rischi per la sicurezza sono stati fatti.
Infatti mentre il neoliberismo, in quell'epoca, diveniva
egemone ( vedi Margaret Tatcher in GB),
persisteva(ancora per breve tempo) nelle
istituzioni europee la cultura dei diritti della UE
ispirata al pensiero di Delors che stava predisponendo la Direttiva
391.89, l'atto fondamentale con la quale è stata introdotta
il Europa una metodologia di valutazione e gestione dei rischi a
livello aziendale che ha mitigato gli effetti devastanti dei processi
di deregulation.
Non dimentichiamo che le concause della tragedia Mecnavi
rappresentano un caso da manuale per quello che riguarda la mancata
valutazione e gestione dei rischi in generale e in
fattispecie dei rischi "interferenziali".
Certo molta strada a livello teorico e gestionale è stata
fatta nel modo di organizzare e gestire la sicurezza rispetto
a quella gelida mattina del 13 marzo 1987 : ora le aziende
sono tenute ad elaborare una valutazione dei rischi
specifici e dei rischi interferenziali , il Porto di Ravenna
si è dato una strumentazione per la gestione dei rischi
molto più evoluta: i lavoratori oltre ai Rls
aziendali dispongono anche di una Rappresentanza dei lavoratori di sito
ed una struttura di sorveglianza e intervento non paragonabile a quella
del 1987. Nonostante questi aspetti positivi è bene non
abbassare la guardia: la frantumazione del lavoro, la
concorrenza basata sul massimo ribasso dei diritti dei lavoratori sono
ben presenti in quest'epoca.
Ciò che è permane come grande
fragilità e debolezza nei sistemi di gestione della salute e
della sicurezza dei lavoratori è ancora una volta
l'aspetto dei diritti : nelle pieghe del sistema degli
appalti e dei subappalti perssistono situazioni
nelle quali i lavoratori e le lavoratrici
non sono in grado di esigere il rispetto delle norme e una corretta
gestione della sicurezza pechè sono lavoratori precari,
assai spesso non informati, addestrati e formati per lavorare in
sicurezza. Soggetti silenti che troppo spesso accettano di lavorare in
condizioni di pericolo per la propria incolumità
perchè ricattati dalla loro condizione di
precarietà e incertezza per il futuro.
Tutto ciò avviene negli anelli più
deboli delle filiere produttive: nel settore dei servizi di
manutenzione e pulimento d'impianti, nel settore dei servizi
di pulimento, nelle lavorazioni a basso valore aggiunto in genere.
Appalti nei quali vige la logica del massimo ribasso:
è su questi anelli deboli delle filiere di produzione e
servizi che occorre puntare i riflettori e l'iniziativa sindacale.
Sappiamo da quel terribile 13 marzo 1987 che è
difficile rendere effettivo il grido di rabbia "mai più",
possiamo tuttavia lavorare perchè l'utopia del
"mai più" sia un pò meno lontana dalla
vita reale dei nostri giorni. (gr)
ARTICOLI
E PUBBLICAZIONI
-
STORIA
DI UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA - Repubblica
— 15 marzo 1987 pagina 15 sezione: LA
NAVE COME BARA
RAVENNA Sono un amico di Cortini, uno dei ragazzi morti
sulla Elisabetta Montanari, ero manovale in quella nave fino alla
settimana scorsa. Scrivete: lavoravamo in condizioni disumane dieci ore
al giorno, otto il sabato e cinque la domenica. Pulivamo roba schifosa
e puzzolente senza protezioni, in spazi dove non si respirava. Nessuno
si preoccupava delle norme di sicurezza. Un incendio era già
scoppiato qualche giorno fa mentre toglievamo incrostazioni all'
interno della prua. Poteva essere quella la disgrazia. Il caposquadra
ha spento le fiamme con un estintore ad acqua e l' episodio
è finito nel silenzio. Eppure mi è bastato
respirare una sola volta il fumo per sentirmi i polmoni scoppiare. Sono
scappato sulla tolda. Mi seguiva Mosad, l' egiziano morto
venerdì. Gli ho urlato: trattieni il fiato se vuoi salvare
la pelle. Il medico mi ha dato sei giorni di riposo per
difficoltà alle vie respiratorie; ho consegnato il
certificato mezz' ora prima dell' incendio. Comincia alle nove di
mattina con la cruda testimonianza di un ragazzo di diciotto anni
(chiede l' anonimato), ex dipendente di una ditta subappaltatrice, la
seconda giornata di dolore per Ravenna. segue su fonte repubblica.it
La
drammaticità dell’incidente alla Thyssen di Torino
e le reazioni succedute hanno sottolineato la
inaccettabilità della morte, nel momento in cui sto
scrivendo, di cinque lavoratori nello svolgimento del lavoro.
Ci fu una
indignazione analoga dopo l’infortunio mortale plurimo alla
Mecnavi di Ravenna. Si grida sempre ‘mai
più’! Ma ce ne saranno ancora nei prossimi anni?
Si.
Con questa
organizzazione del mercato del lavoro, dell’organizzazione
del lavoro e del sistema di produzione c’è da
prevedere un futuro difficile, come quello di oggi e forse peggiore di
quello di oggi per le lavoratrici e per i lavoratori che il mercato
pone ai margini del processo di produzione come
dall’attenzione delle istituzioni pubbliche e di quelle
sociali.
Non conoscendo
più l’organizzazione delle attività
produttive e del lavoro, a fronte di incidenti come quello avvenuto
alla Thyssen non ci rimane che indignarci. E, d’altra parte,
perché pensare ad una azione più impegnativa
quando gli stessi lavoratori chiedono soltanto ai potenti di turno (
gli ispettori ed i magistrati ) di essere oggetto di una attenzione
più assidua.
Gli operai
della lotta alla nocività fondata sulla non delega e sulla
validazione consensuale (chissà se i lettori sanno di cosa
si parla ‘) sono stati archiviati assieme al secolo breve.
D’altra parte, la parola ’sfruttamento’
è un reperto storico mentre la parola
‘adattabilità’ del lavoratore al mercato
è, finalmente, un nuovo moderno orizzonte verso il quale
guadagnarsi un futuro migliore.
Questa enfasi,
poi, che gli operai, il lavoro manuale, non sono scomparsi vale per chi
deve darsi una giustificazione per la propria militanza politica
più che per ridefinire il proprio progetto ed il proprio
impegno.
Nessuno ha
ricordato l’estensione dell’indulto ai reati per
omissione delle norme di sicurezza nelle fabbriche e nessuno ricorda
che lo stato italiano riceve dalle imprese per l’azione
contro gli infortuni risorse che per oltre un miliardo di euro vengono
destinate a pagare gli interessi su debito pubblico, mentre non si
può aumentare il prelievo fiscale su quegli stessi interessi
e sulla rendita finanziaria.
Si
sottolineano gli infortuni sul lavoro, per qualche giorno se sono
plurimi o per qualche ora se sono individuali. Quelli individuali non
fanno notizia: molte volte sussurrano di vite spezzate di immigrati e
di giovani precari. In generale nei mezzi di comunicazione
all’ammasso, pardon di massa, si parla di infortuni sul
lavoro come espressione patologica di quello che non va nelle
attività produttive per l’irregolarità,
il lavoro nero. Sono gli aspetti da combattere con un apparato statale
e regionale di controllori più efficiente; insomma, la
responsabilità non è delle imprese ma, come
sempre, dello stato.
Non che tali
responsabilità manchino. Ad oggi un ispettore della ASL
compie, mediamente sul territorio nazionale, un intervento ispettivo
ogni 15 giorni di lavoro, cosa fa negli altri quattordici giorni, oltre
a scrivere i verbali dell’ispezioni, non è noto:
che c’entri qualcosa l’articolo 24 del decreto 626
sulle attività di assistenza, informazione, formazione e
consulenza verso le imprese?
È
vero, mancano gli organici ed il turn over non viene rimpiazzato ma
manca anche una organizzazione del lavoro adeguata. Nei servizi i
laureati sono quasi sempre dei medici, mentre gli ingegneri hanno
lasciato i servizi di prevenzione per andare a lavorare nelle agenzie
per l’ambiente.
I tecnici e
gli ingegneri dell’Ispesl fanno lavoro di consulenza alle
imprese anche per garantire i salari, visto che lo stato ha ridotto i
finanziamenti del 40%.Comunque il difetto sta nel manico, il sindacato
(funzionari e rappresentanti aziendali) non conosce e non intende
più conoscere l’organizzazione del lavoro e delle
imprese. Qualcuno dice perché siamo deboli: no, sono deboli
loro e tu usi la loro debolezza per giustificarti invece di recuperare
partecipazione e forza con loro.
Il lavoro si
frantuma nella forma attraverso le nuove norme sul mercato del lavoro e
nella sostanza attraverso una organizzazione del lavoro in cui anche i
lavoratori a tempo indeterminato sono precari perché premuti
dai precari formali, perché la loro impresa
chiuderà prossimamente, perché devono essere
‘adattabili’ perciò cambiare
costantemente prestazione o postazione di lavoro.
In questo
contesto una parte del lavoro degrada. La Thyssen è un
esempio clamoroso ma ce ne sono molti altri, e sono sotto gli occhi se
si vuole vedere. Ne ricordo due che in questi anni mi hanno colpito:
disseppellire morti in cooperativa lavorando a cottimo nel cimitero di
Torino e l’omicidio di un socio lavoratore da parte di altri
soci della cooperativa emiliana di produzione di cosce di maiale per
prosciutti perché minacciava di comunicare agli organi di
vigilanza le violazioni di legge. Casi limite, ma ormai non si
può ignorare che le cooperative sono il luogo dove
è più diffuso il mobbing.
Si conoscono i
numeri degli infortuni mortali e non, ma non si conoscono quelli delle
malattie professionali. Quanti sono i morti della Thyssen per
l’esposizione all’amianto? Non ci sono? Eppure
molte centinaia di operai della fabbrica sono andati in pensionamento
anticipato per l’esposizione professionale
all’amianto. Solo per il tumore specifico abbiamo
più di mille casi all’anno in Italia e possiamo
stimare in circa diecimila i casi di tumore che ogni anno sono
determinati dal lavoro svolto.
Ci sono poi le
‘nuove patologie’ come le tendiniti. I ritmi di
lavoro non sono una novità.
Il TMC1 ed il
TMC2 alla Fiat sono la storia dell’organizzazione del lavoro.
Ora c’è il sistema OCRA, il cronometrista
è stato sostituito dal cineoperatore: ti filmano e
ricostruiscono i tuoi movimenti alla moviola, come alla domenica
sportiva.
In Spagna
l’esito di questa modalità di studio del lavoro si
chiama ‘trappola ergonomica’: ogni tuo gesto, ogni
tuo tempo, ogni pausa per pisciare è scientificamente
studiata affinché il tuo lavoro renda senza ammalarti
oppure, se proprio ti ammali, si potrà dimostrare che non
è colpa dell’azienda ma del marito che ha sempre
fatto lavare i piatti alla moglie lavoratrice.
Chissà
se un ergonomo italiano volesse comparare le norme
‘ergonomiche’ adottate per il lavoro manuale e
quelle contenute nel decreto 626 sul lavoro ai videoterminali: se gli
operai delle linee di montaggio della Fiat avessero lo stesso
trattamento probabilmente consumerebbero in egual misura gli
psicofarmaci. Invece, per ora, il Servizio sanitario deve anche
sobbarcarsi questo costo.
Come fare?
Nella mia esperienza di sindacalista esperto di salute e sicurezza del
lavoro ho sempre ricevuto domande per avere la normetta, il codicillo,
utile per risolvere il problema. Queste clausole ci sono sempre, nelle
norme sulla prevenzione sono indicate più di 1.600
violazioni sanzionate penalmente. E non hanno risolto il problema.
Il controllo
della produzione ed il controllo dell’organizzazione del
lavoro hanno fatto parte della storia del movimento operaio
perché c’era una consapevolezza diffusa che il
risultato del proprio lavoro veniva sottratto da altri. Ora questa
categoria è persa, per cui controllare
l’organizzazione del lavoro è impegnativo,
è rischioso con il padrone e ritenuto da tutti inutile.
Quindi è inutile, meglio avere un buon feeling con gli
organi di stampa, anche per un solo momento quando muoiono i tuoi
compagni di lavoro.
‘ALICE:
la questione è di sapere se è possibile dare alla
stessa parola molti significati diversi.
HUMPTY-DUMPTY:
la questione è di sapere chi sarà il padrone.
Questo è il punto.’
Provate a fare una mappa di rischi ed a divulgarla tra i lavoratori.
È un’altra democrazia.
Provate a fare una mappa dei lavori attuali. È
un’altra democrazia.
Ma sono anche linguaggi che la sinistra italiana ed il sindacato hanno
rifiutato.
Fulvio
Perini
fonte LSMETROPOLIS