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fonte ARTICOLO21.INFO
Mecnavi, ''Nel buio di una nave'' di Rudi Ghedini
Quando tredici corpi senza vita vennero estratti dal ventre della nave gasiera Elisabetta Montanari, il 13 marzo 1987, nel cantiere Mecnavi, il più grande cantiere privato del porto di Ravenna e dell’intero Adriatico, prima i soccorritori e poi i giornalisti rimasero stupefatti dall’aspetto dei picchettini: facce annerite, maglioni pesanti infilati uno sopra l’altro, pantaloni di velluto spesso, passamontagna, giacca e pantaloni di tela cerata, lunghi stivali. Sui giornali del 14 marzo tutti scoprirono la parola picchettino e dovettero associarla a una tragedia.
Vent’anni dopo, resta il più spaventoso incidente sul lavoro del dopoguerra.
Tredici morti, con una lunga catena di responsabilità: le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero, tre non avevano ancora vent’anni, dodici erano picchettini, per qualcuno si trattava del primo giorno di lavoro.
Innescato dalla scintilla di una fiamma ossidrica, un piccolo incendio surriscaldò il rivestimento dei serbatoi del combustibile, gocciolando sul fondo della stiva. Si svilupparono ossido di carbonio e acido cianidrico. L’aria divenne presto irrespirabile. L’autopsia certificò la morte per edema polmonare causato da inspirazione di sostanze tossiche. Varie testimonianze convergono: si sentiva battere contro le pareti metalliche, gli intrappolati chiedevano aiuto, e continuarono a farlo per lunghi, interminabili minuti.
Anche se la percezione del pericolo fu pressoché immediata, le vittime non avevano scampo, non conoscevano l’ambiente di lavoro, non avevano ricevuto alcun addestramento. Quel lavoro non doveva presentare alcun margine di rischio. Impensabile si potesse ancora morire facendo le pulizie.
Forse “un’altra Mecnavi” oggi non sarebbe possibile; quella tragedia costrinse a rivedere le disposizioni per la sicurezza, si sono perfezionate le procedure di coordinamento fra i vari soggetti preposti al controllo e ridotti i casi di reperimento irregolare della manodopera. Ma l’Italia resta un Paese pericoloso per chi lavora.
E agli incidenti, colpevolmente, si fa l’abitudine; ottengono scarsissimo rilievo sui mezzi di comunicazione. Non fanno notizia. Nei giornali, ammesso che se ne parli, si riducono a trafiletto nelle “brevi di cronaca”, immancabilmente chiusi con la formula di rito: “la procura ha aperto un’inchiesta”.
Si muore nei cantieri edili, nei campi, nelle fabbriche, nei laboratori artigianali. Ovunque vi siano appalti e prevalga la logica del massimo ribasso, è pressoché sicuro che si speculi sulle norme di sicurezza e sul lavoro irregolare. In molti cantieri è difficile capire chi lavora per chi. Fino a situazioni limite come quella riscontrata nell’ottobre 2006 in un grande cantiere autostradale, dove gli ispettori hanno identificato lavoratori dipendenti da 200 aziende diverse.
Alle rappresentanze sindacali compete l’onere di difendere l’integrità fisica e la dignità dei lavoratori, alzando il livello delle norme di sicurezza e pretendendo la loro concreta applicazione. Una cultura della prevenzione deve innanzitutto respingere l’obiezione che certi costi sarebbero insostenibili.
È vero il contrario: il costo sociale della sicurezza è nettamente inferiore a quello provocato dagli incidenti. Per fortuna sembra stia svanendo l’ubriacatura per la flessibilità, sempre e comunque. Paradossale e perciò più significativa mi sembra la posizione assunta dalle agenzie di lavoro temporaneo, che hanno chiesto al governo un tavolo di concertazione fra tutte le agenzie di collocamento, nonché il blocco di nuove licenze.
Il loro scopo è flessibilizzare al massimo il mercato del lavoro, ma intanto vorrebbero che il governo impedisse la nascita di nuovi competitori. La concorrenza più desiderabile riguarda sempre gli altri.
Accanto agli incidenti sul lavoro sopravvivono figure retoriche decisamente fuorvianti: quante volte ci è capitato di sentire la parola strage associata a fatalità? Nel caso Mecnavi, ciò che è accaduto si presenta come una profonda, intollerabile, odiosa ingiustizia. Con una lunga serie di colpevoli: gli imprenditori, i subappaltatori, chi rilasciò le autorizzazioni, chi non vigilò come avrebbe dovuto.
Ho potuto verificarlo in varie circostanze: la parola Mecnavi fa scattare qualche vago ricordo, ma il più delle volte rientra fra i suoni insignificanti, rimanda a avvenimenti ormai espulsi dalla memoria collettiva.
Mi è stato fatto notare come, a paragone con Seveso o l’alluvione di Firenze, la tragedia di Ravenna sia poco conosciuta anche per la scarsità di notizie reperibili su Internet. L’intenzione politica del mio libro è far capire che non siamo di fronte a una storia locale, lontana nel tempo, anacronistica, che riguarda solo quei lavoratori, le loro famiglie e i loro amici, ma che questa storia ci appartiene e mantiene una terribile attualità. Rileggendo i documenti dell’epoca, gli atti processuali, alcune ottime inchieste giornalistiche, mi è tornata alla mente una frase di Walter Benjamin: “È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze”. Un po’ della crisi della politica, mi sono convinto stia anche in questo.
*Nel buio di una nave
Rudi Ghedini
Bradipolibri, 2007, 112 pagine, 10 euro
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